domenica 16 aprile 2017

I sorrisi di oggi V: di corsa.

La domenica mattina presto, vado a correre nel parchetto della mia borgata. 
Non voglio entrare nel merito dell’opinione che ognuno di noi possa avere a riguardo ma sono sempre più convinta che sia una in particolare la spinta che mi porta a farlo. C’è il verde del parco ovviamente, gli alberi che iniziano a tornare nel pieno della loro vitalità con la primavera, l’odore dell’aria fresca del mattino, il benessere che solo l’allenamento fisico può dare.
Eppure non è solo questo. Appena entro nel parco, nel riscaldare i muscoli, con lo sguardo do un’occhiata in giro e inizio a vedere qualche macchia, colorata o meno, che cammina rapida o corre, nonostante l’ora, nonostante sia domenica. Metto le cuffie, faccio partire la mia musica ed inizio i miei giri. L’aria frizzantina sul viso è davvero piacevole e rinvigorente.
Il rosa dei ciliegi in fiore spicca nel bel verde curato del parco. Il mio ritmo va con la musica che ascolto, il mio respiro sempre un po' più velocemente del dovuto. La mia testa, piano piano, inizia a riempirsi di blu e verde e a rallentare i suoi ritmi. Ed ecco che a quasi metà del primo giro, incontro la prima macchia, colorata o meno. Entrambi siamo concentrati sul respiro e sull’esercizio ma gli sguardi si incontrano e allora, forse per solidarietà nella fatica, non riesco mai a fare a meno di dire “Buongiorno!” sorridendo, più o meno col fiatone. Dall’altra parte, più spesso di quanto si possa pensare, quella macchia tiene gli occhi sui miei e io percepisco, osservandoli, che sto per ricevere una risposta altrettanto sorridente. E infatti, prima con quegli occhi e poi con la bocca, il sorriso esplode e “Buongiorno!”. La cosa bellissima è che tutto questo avviene in pochi istanti, tra fiatoni e rossori, ma avviene sinceramente. La percezione è che io abbia riempito un po' quella macchia come lei ha riempito la macchia colorata che sono io. E ad ogni incontro, ad ogni paio d’occhi sorridenti, la corsa diventa più piacevole, la testa più leggera e il fiato più resistente. Ogni tanto, la risposta non arriva e penso sempre sia un peccato... Un voler rinunciare per timidezza, scontrosità o indifferenza, ad una piccola fonte di serenità.

martedì 31 gennaio 2017

Creare una cartella condivisa tra windows 10 e ubuntu tramite virtual box

Come sempre, quando scrivo post simili, il motivo è che sono impazzita per svariato tempo per capire come affrontare la questione in oggetto...e questo post non è assolutamente un'eccezione.
Sul mio pc ho di base Windows 10 ma, dato che spesso ho necessità di lavorare su ubuntu, ho deciso, invece di utilizzare la doppia partizione, di caricare ubuntu su macchina virtuale tramite Virtual Box.
Questo perché è più semplice passare da un sistema all'altro e anche perchè posso creare una cartella condivisa tra i due sistemi operativi su cui poter lavorare.
Ovviamente, capire come fare a creare questa cartella condivisa tutto è stato tranne che semplice.
Cerco di mettere insieme in questo post i passaggi che mi hanno portato al successo dopo aver consultato il mio compagno, vari colleghi e vari siti, sperando di farvi risparmiare un pochino di tempo.

Questa procedura è valida per chi ha un sistema windows di base e usa ubuntu come macchina virtuale.


Passaggio 1: creazione della cartella.

- Avviate la macchina virtuale (chiamata "guest" nella maggior parte dei siti), quindi ubuntu nel nostro caso;
- Cliccate su "dispositivi --> cartelle condivise --> impostazioni cartelle condivise";
- Nella finestra che si aprirà cliccate su "Cartelle della Macchina" e poi sull'icona col simbolo "+" verde sulla destra;
- Scegliete il percorso in cui volete salvare la vostra cartella condivisa. ATTENZIONE: questo percorso è su windows, non su ubuntu;
- Scegliete il nome della cartella e poi spuntate le opzioni "Montaggio Automatico" e "Rendi Permanente" in modo che la vostra cartella sia sempre presente e utilizzabile ogni volta che avvierete la macchina virtuale.
Passaggio 2: montaggio della cartella su Ubuntu
- Se non lo avete già fatto dovete montare le "Guest Additions". Per farlo andate su "Dispositivi --> Install Guest Additions..";
- Si aprirà una finestra in cui il sistema vi avvertirà che il software in questione si installerà automaticamente. Voi cliccate tranquillamente su "run";
- Fatto questo, aprite il terminale e digitate il seguente comando:
 > sudo mount -t vboxsf nomecartella path+nome cartella
dove il nome cartella dovrà essere lo stesso che avete usato quando l'avete creata, ovviamente;
- A questo punto, ubuntu dovrebbe vedere la vostra cartella condivisa dentro "media/USER" (dove al posto di "user" ci sarà il vostro username) oppure semplicemente dentro "/media" e sarà rinominata come "sf_nomecartella".
Passaggio 3: permessi e iperlink
- Avrete notato che se provaste ad entrare nella cartella, il sistema vi negherà il permesso.
Per fare in modo di ottenerlo. digitate su terminale:
> sudo usermod -a -G vboxsf USER
con al posto di user, il vostro username.
- Riavviate la macchina virtuale
- Per creare un link alla cartella condivisa dove vi fa più comodo, digitate su terminale il seguente comando:
> sudo ln -s percorso_attuale+nomecartella percorso_in_cui_la_volete+nomecartella

A questo punto, dovreste avere la vostra cartella condivisa tra i due sistemi operativi disponibile e funzionante :).


I link dove potrete trovare approfondimenti riguardo quanto vi ho detto sono qui sotto...per compagno e colleghi, dovrete farne a meno ;).


https://www.ilsoftware.it/articoli.asp?tag=VirtualBox-condividere-file-e-cartelle-tra-sistemi-host-e-macchine-virtuali_7940

http://superuser.com/questions/496513/mount-gives-unknown-filesystem-type-vboxsf

http://www.htpcbeginner.com/mount-virtualbox-shared-folder-on-ubuntu-linux/

martedì 6 settembre 2016

I sorrisi di oggi IV

Il sorriso che ho visto ieri, non l'ho "visto" nel vero senso della parola.
Sono scesa dal treno tornando da Firenze e alzando lo sguardo, ho visto un ragazzo posare di corsa una borsa con uno sguardo pieno di eccitazione.
Dopo un attimo quello stesso ragazzo si è girato, dandomi le spalle, si è piegato un pò sulle ginocchia e ha allargato le braccia. Neanche il tempo di terminare il gesto che due braccia sono apparse dalle sue spalle, cingendolo con ardore, ed una massa di capelli è apparsa oltre la sua spalla destra. A quel punto lui stende le ginocchia e sollevandosi stringe forte la ragazza, che chissà da quanto tempo non vedeva.
Non ho visto i loro sorrisi, ma li ho sentiti, li ho sentiti chiari e nitidi dentro di me. Sarà perché conosco pienamente quella sensazione di gioia estrema. E nel loro gesto, c'erano dentro i loro sorrisi e quelli di tutte quelle coppie che non aspettano altro che si aprano le porte di un treno per illuminarsi di felicità.

venerdì 22 luglio 2016

E poi una sera vedi Springsteen sul palco...

Provate ad immaginare lo scenario.
Via delle Terme di Caracalla, via dei Cerchi, Viale Aventino...tutte chiuse al traffico.
In una giornata estiva assolata ma non terribile, Roma vi si piazza davanti di botto dicendo "Ecchime, tiè! Guarda che so'!". 
Circa 60.000 persone fluiscono verso l'immensità eterna del Circo Massimo.
Immaginate quelle stesse persone su teli, cartoni, le più preparate sugli sgabelli, sedute in quello spazio immenso, a ridere, dire scemenze, mangiare, scherzare. 
Lì in fondo, un palco. Una bandiera americana, una bandiera italiana. L'attesa è uno dei momenti più belli in assoluto. Alle 17.15 sale sul palco la Treves Blues Band che scalda l'atmosfera al ritmo di un blues veramente bello e coinvolgente. Seguita, verso le 18.30, dai Counting Crows, che, opinione chiaramente personale, non hanno lasciato una traccia indelebile. Poi, come per magia, il cielo si tinge di rosa dietro quel palco e la luna sorge dal lato opposto. Le 20.20 di sabato 16 luglio 2016. E lui appare. Le note di Morricone, "Roma dajeee" e tutto comincia.
Non penso di riuscire a spiegare quello che è stato. Quell'uomo, a 67 anni, ha cantato e suonato per 3 ore e 53 minuti. Ripeto. Tre ore e 53 minuti. Ha cambiato la sua scaletta in base alle richieste del suo pubblico, in estasi totale. E' sceso in mezzo al pubblico. Lo ha fatto salire sul palco.
Quell'uomo, quell'artista, ha rapito circa 60.000 persone per quasi 4 ore e le ha riempite di energia, di musica, di rock, di vita. Le ha stremate ma le ha stremate come solo l'adrenalina può fare. Le ha stremate perché nessuno poteva immaginare quello che The Boss è in grado di dare su un palco. 
I brividi sono continui. A mezzanotte, dopo tre ore e mezza di concerto, riesce a far saltare come dannate tutte le 60.000 persone cantando "Shout" per quasi 10 minuti. E ancora e ancora.
Poi manda via la sua eccezionale band, che sembra produrre musica direttamente dalle proprie viscere. E lui resta lì. La sua chitarra, sempre la stessa, consumata, logora. La sua armonica. Un microfono. E da solo, al centro del palco, ci saluta cantando "Thunder Road" davanti a noi, lì davanti, non ancora in grado di capire bene a cosa avevamo assistito. La pelle d'oca, il silenzio e poi lo scroscio finale di applausi per quell'artista che più che fare un concerto, ci ha fatto capire il significato di estasi. 





mercoledì 13 luglio 2016

Giggione Proietti al Globe in "Omaggio a Shakspeare"...o meglio in un omaggio al Teatro, quello vero.

Da dove cominciare? 
Credo che possa essere definito uno dei più bei momenti di teatro che io abbia mai vissuto.
Provate ad immaginare. Il teatro è il Silvano Toti Globe theatre, la spettacolare riproduzione del teatro Shakesperiano voluta e diretta da Gigi Proietti. Un' altra dimensione, profumo di legno, il cielo che entra nel teatro. Il contesto è Villa Borghese, il Parco di Roma per antonomasia e la sua vita che lo riempie quotidianamente. L' opera racconta la vita di uno dei maggiori interpreti di Shakespeare, Edmund Kean, il cosiddetto ""genio e sregolatezza". E poi c'è lui, il genio assoluto del palcoscenico, l'attore che con la sua poliedricità, riesce a rendere meravigliosa qualsiasi cosa, l'attore che non ha età quando è su un palco. Gigi Proietti. 
Due ore di meraviglia. Soltanto lui ed una splendida scenografia che rappresenta il camerino di Kean. E dall'entrata in scena è un susseguirsi di sentimenti contrastanti resi con magnificienza, di piccoli pezzi di personaggi Shakesperiani, quali Amleto, Otello, Riccardo III, Macbeth e Shylock (da il Mercante di Venezia), di racconti di una vita sopra le righe e per questo tormentata. 
Solo chi ha partecipato a questa magia può realmente capire di cosa parlo. In quelle due ore, non abbiamo visto solo "Omaggio a Shakespeare", adattato e diretto da Proietti stesso con l'aiuto di Loredana Scaramella (altra bravissima regista affatto nuova al Globe), e che lo stesso Gigi interpretò a Taormina nel 1987. Quello che abbiamo visto è il Teatro, quello vero, quello che ti tiene gli occhi incollati lì, su quella figura viva che è sul palcoscenico, che ti fa respirare con lui, che ti regala ogni singola emozione. Quello che abbiamo visto è un attore in grado di trasmettere l'adrenalina e l'amore che gli scorrono nelle vene quando è lì sopra, l'attore che ha dato al suo pubblico sempre tutto se stesso senza risparmiarsi mai. L' attore che ha voluto, a più di 70 anni, mettersi sul palco del suo teatro, insegnando a tutti la bellezza, quella pura, intensa, piena. Il nostro Giggi, che, anche da Edmund Kean, non ha abbandonato i suoi pantaloni neri, la sua camicia bianca, e la cassa piena di meraviglie che il pubblico di sempre, il suo pubblico, tiene stretti a sè.